la storia di alice guida safari

Nel Blog di SafariZimbabwe si parla un pò di tutto: dalla storia dello Zimbabwe a vari paesi africani, dagli animali ai consigli pratici di viaggio, dalla malaria fino alle esperienze di viaggio o di safari con consigli fotografici o altre piccoli aneddoti. In questo articolo vi voglio presentare una persona speciale che non ha nulla a che fare con lo Zimbabwe ma ha molto a che fare con il continente africano. Lei è Alice, una guida safari professionista, che ho conosciuto nel 2015. Con la sua professionalità ci aiuterà anche a conoscere e scoprire curiosità e nozioni sugli animali africani che trovate all’interno del nostro BLOG. Volevo condividere la sua storia, attraverso una chiacchierata curiosa.

Tutte le foto riportate in questo articolo sono di Alice, per conoscere di più visita il suo BLOG  o profilo INSTAGRAM o leggi il suo primo libro "Autobiografia mancata".

Ciao Alice, grazie per la tua preziosa collaborazione nel nostro blog, ma facciamo un passo indietro. Raccontaci un pò di te e cosa ti ha fatto arrivare in Africa.

Ciao Alessio innanzitutto grazie a te per questa bellissima possibilità di condividere le mie conoscenze e passioni con viaggiatori amanti del mondo e della natura come lo siamo noi due; è sempre un enorme piacere vedere che i viaggiatori rimangono tali, con occhi sognanti e la testa sempre in viaggio, anche quando purtroppo capitano momenti come questo, dove muoversi, scoprire e toccare con mano nuove culture, nuove esperienze e nuove mete è impossibile. Sento io il dovere di ringraziarti per avermi concesso di partecipare alle pubblicazioni del tuo blog, perché anche stando comodamente seduti sul divano attraverso i tuoi video ed i tuoi articoli tutti noi possiamo volare di nuovo in Africa e vivere emozioni forti davanti a leoni, elefanti, zebre e leopardi.

Mi chiamo Alice Paghera, ho 28 anni, sono italiana DOC, nata e vissuta per gran parte della mia esistenza in una piccola e graziosa cittadina sul Lago di Garda, Desenzano. Ho intrapreso gli studi universitari a Verona, e poi grazie ai miei buoni voti, ho vinto alcune borse di studio che mi hanno fatta viaggiare e vivere per periodi di tempo sempre troppo limitati in Inghilterra (Folkestone) ed in Spagna (Barcellona). Ho sempre amato il viaggio, la scoperta, e l’immaginazione che vola verso luoghi lontani e sconosciuti; “virus” che ho ereditato dai miei genitori, che da quando sono piccolina mi hanno sempre fatta viaggiare. Ed ho sempre amato l’Africa, non sapendo bene come fosse e cosa ci fosse di tanto forte da attirarmi verso questa terra ancestrale. Così durante una lunga pausa universitaria, prima di mettermi a preparare la tesi, ho deciso di prenotare una macchina dall’Italia e di lanciarmi alla scoperta on-the-road del Sudafrica; non avevo troppo tempo, quelle settimane alla scoperta di un mondo fatto di strade di sabbia, animali selvaggi, culture antiche e parchi nazionali sono volate velocissime, e quando mi sono ritrovata sull’aereo per tornare in Italia mi sono ripromessa che sarei tornata. Dovevo tornarci assolutamente. Sempre seguendo questo amore avevo iniziato un corso promosso da AIEA dove appunto io e Alessio ci siamo conosciuti. Iniziato per approfondire le mie conoscenze sull’Africa, è stato proprio durante queste giornate che ho iniziato timidamente a pensarmi guida naturalistica. Terminata l’università in lingue e letterature straniere non ho perso tempo ed ho subito cercato un corso in Sudafrica che mi aiutasse nel rendere concreto quello che sembrava un grandissimo sogno. A quei tempi lavoravo come manager e responsabile di negozio all’interno di un centro commerciale… come potrete ben capire, qualcosa di lontano anni luce dal mio sogno e dalla mia natura. Quindi non appena trovai il corso adatto a me (ed anche qui Alessio mi ha aiutata molto nella scelta) ho chiesto un periodo di aspettativa dal lavoro e, zaino in spalla, mi sono lanciata nuovamente in un’avventura tutta sudafricana. Ho studiato e ho concluso gli studi in field guiding presso la Bhejane Training Academy (ai tempi una buonissima accademia, ora purtroppo ha ampliato enormemente il numero degli iscritti e si è un pò persa la disciplina e il rigore dell’educazione) e poi purtroppo sempre a causa di questi maledetti visti sono dovuta rientrare in Italia e riprendere il mio lavoro come responsabile di negozio. Era davvero uno strazio. Ed ogni giorno dopo lavoro mi ritrovavo disperata a mandare decine e decine di curriculum ovunque in Africa, a lodges, strutture alberghiere, centri di recupero della fauna selvatica… Ma tutto sembrava concludersi con un grande no.

Piccolo suggerimento per tutti quelli che hanno un sogno nel cassetto e per paura di fallire lo lasciano lì a marcire: buttatevi, provateci, e se lo volte veramente tentate sempre, tentate il tutto e per tutto, siate forti e credeteci sempre, nonostante tutti intorno a voi scuotano la testa e cerchino di demoralizzarvi.

E questo ti ha portato al primo lavoro ufficiale in Congo (Brazzaville)… Raccontaci un pò questa tua prima esperienza.

Sì allora eravamo rimasti alla vecchia me che immancabilmente ogni giorno mandava curriculum nei più svariati luoghi dell’Africa. La ricerca si è protratta per circa 10 mesi, lunghissimi e tosti davvero, perché alla fine a crederci c’eravamo solo io, la mia famiglia e pochissime amiche fidate. Avevo fatto diversi colloqui, ma niente più di questo. Poi ad un certo punto, l’8 dicembre 2017, ricevo una mail, mentre sono in pausa lavoro; leggo solo l’incipit e già mi veniva da piangere: era il presidente di una delle compagnie con le quali avevo fatto diversi colloqui che mi invitava ad imbarcarmi in quella che sarebbe stata poi la più grande avventura della mia vita. Allegava alla mail il contratto lavorativo e i suoi più calorosi complimenti. Non potevo davvero crederci, sono rimasta basita ed in silenzio per un tempo indefinito davanti allo schermino del cellulare; poi presa dalla gioia ho mandato un vocale ai miei genitori, a mia sorella, alla mia migliore amica, ho stampato il contratto, ed ho immediatamente telefonato al mio ex-capo per dirgli che questa volta mi doveva salutare veramente.

Mi sono imbarcata per questa strabiliante avventura il 6 gennaio 2018, non sapendo bene cosa aspettarmi: sapevo solo che sarei diventata una delle poche guide ad affrontare l’immensa foresta del Congo (Congo-Brazzaville, non la Repubblica Democratica del Congo…specifichiamo bene questa distinzione) all’interno di uno dei parchi nazionali più antichi d’Africa: l’Odzala-Kokoua.

L’arrivo in Congo è stato… Non ve lo so descrivere a parole; è stato come tutte le cose più grandi di noi: spaventoso. Non mi nascondo dietro niente, lo ammetto orgogliosa e fiera di essermi sbagliata. Le prime settimane volevo correre a casa, volevo tornare alla mia vita, a quella che mi vedeva muovermi tipo pedina nella mia comfort zone avanti ed indietro da un centro commerciale, serate con amici, cinema, cene fuori, serate in famiglia. Volevo in maniera smisurata qualcuno che dicesse: “Ecco qua il tuo biglietto per ritornare da dove sei venuta”. Poi, non so bene quando, non so bene dove o perché, il mio cervello ha fatto click, ha spento e riattivato i sistemi e ha guardato forse per la prima volta quello che mi stava succedendo in maniera quasi oggettiva, da fuori, spettatrice di me stessa. E ho sorriso. E ho continuato a sorridere. E a crederci. Anche dopo essermi persa in foresta. Anche dopo la prima carica di un’elefante. Anche dopo le centinaia di cicatrici che hanno iniziato a dipingere il mio corpo, piccoli ricordi di percorsi in foresta in mezzo a liane, spine ed insetti. Anche dopo essermi persa nuovamente in foresta. Sono una che ama immensamente le fotografie: penso che esse riescano a comunicare quello che a volte non riusciamo ad esprimere con le parole; e le fotografie parlavano e spiegavano cose che a chilometri di distanza sono erano difficili da mostrare: le camminate nel fango, le giornate passate in foresta, le corse sotto la pioggia scrosciante, le risate con persone sconosciute che ora chiamo amici e che mi mancano tantissimo causa Covid-19; le fotografie erano la prova tangibile che andava tutto bene. I mesi correvano via veloci e pieni di esperienze, emozioni, collage di ricordi, volti nuovi, presenze, alcune passeggere altre più durature.

Sto raccogliendo tutti i miei ricordi, le mie avventure, le mie prime volte, la mia vita da guida in un libro autobiografico… Quindi non vi dirò proprio tutto tutto di quello che ho vissuto negli ultimi due anni e mezzo nelle foreste del Congo, ma spero che non appena finirò il libro, tutto voi sarete un pochino curiosi di scoprire tutto su questa avventura indimenticabile. =)

Vi consiglio di leggere: "Ed il fango sulla faccia"

E quindi hai deciso di diventare una Guida. Perchè?

Sì, la decisione era stata presa già in Italia durante il corso AIEA, ma mi sembrava qualcosa di così irraggiungibile ed impossibile che avevo quasi paura a dirlo ed ammetterlo ad alta voce. Eh, perché è una bella domanda… Forse perché ogni volta che mi trovo a parlare di natura e di Africa mi brillano gli occhi in maniera sempre nuova, sempre diversa, sempre raggiante; o forse perché a vedere una mandria di elefanti, allora come oggi, il mio cuore salta un battito dalla felicità e gli occhi diventano come quelli di una bambina che ritrova la sua bambola preferita dopo tanto tempo; o forse perché il percorso per diventare quello che oggi sono mi ha dimostrato che i limiti, tutti i limiti, sono una cosa fortemente mentale, e che quando davvero si vuole qualcosa con tutto il cuore, questi limiti, uno ad uno, vengono abbattuti e oltrepassati; o forse perché, anche dopo diverse cariche di elefanti, dopo essermi persa nella foresta, dopo essere stata mangiata da tse tse e zanzare ho ancora voglia di rifare tutto da capo, sempre col sorriso… Non so dirvi esattamente perché, non c’è un momento esatto nel quale il mondo mi si è rivelato, è stato un susseguirsi di cose positive ed anche negative, ma che però non hanno mai smesso di farmi dire “sì, questo è quello che voglio fare davvero!”… Potrei andare avanti all’infinito aggiungendo “o forse perché” =)

Fare la guida non è facile, immagino la complessità del mestiere che oltre al sapere e conoscere moltissime cose ti dà tanta responsabilità. Raccontaci un fatto che ricordi in modo particolare.

Come ho detto prima sto cercando di scrivere un libro autobiografico raccogliendo tantissimi aneddoti ed avventure che mi hanno visto protagonista negli ultimi due anni e mezzo nelle foreste del Congo; sono davvero successe così tante cose che se non avessi annotato i momenti più emozionanti e significativi avrei forse rischiato di dimenticarmene, per quanti erano. Come hai detto tu essere guida naturalistica è un lavoro che spesso viene sottovalutato dalle persone che non sanno realmente quello che implica il nostro mestiere: tanti ancora oggi mi chiedono quando mi deciderò a smettere di stare in vacanza e tornerò a fare un lavoro “normale”. Io rispondo sempre con un sorriso, perché se iniziassi a spiegare quanto difficile e pieno di responsabilità sia in realtà il nostro lavoro poi non finirei più!!! Il mio lavoro in Congo era incentrato sui walking safaris, ovvero i safari a piedi, 4-5 ore di camminate alla ricerca di elefanti, bufali di foresta, differenti specie di scimmie ed uccelli e chi più ne ha più ne metta. E nonostante anche la guida classica che opera in auto ha le sue belle responsabilità, noi guide di walking safaris in foresta per di più ne abbiamo anche il doppio!!! Dobbiamo avere quella che sul campo di chiama all-round awareness, la consapevolezza a 360° di ciò che abbiamo intorno a noi, dai clienti agli animali; dobbiamo riuscire a regalare un’esperienza sensazionale ed indimenticabile mettendo sempre al primo posto la sicurezza di tutti nel gruppo, e questo include anche gli animali che si muovono in queste foreste; e cosa ancora più unica (molti di voi adesso butteranno gli occhi fuori dalle orbite a leggere quello che sto per rivelare) noi guide naturalistiche di foresta non camminiamo armate, non abbiamo fucili, non abbiamo alcun tipo di arma (se non considerate arma un bastone da passeggio che poi spesso diamo ai clienti per aiutarsi nelle camminate attraverso il fango e l’acqua); la nostra sola “arma” è la concentrazione e la capacità di tradurre ed interpretare i rumori della foresta, anticipando possibili situazioni di pericolo. Alle volte però, (anche noi siamo umani) ci può scappare il fruscio di una foglia mossa da un gruppo di scimmie sopra le nostre teste, il rumore che fanno le orecchie degli elefanti quando sbattono sulla loro panciona, il suono pacato dei bufali quando ruminano in foresta; è capitato anche a me, più e più volte, sia senza che con alcuni clienti, e la capacità di reazione e di mantenere il controllo può essere la differenza tra rimanere vivo e poi riderci sopra davanti ad una bella birra fresca, o magari farsi molto molto male.

Quella che sto per raccontarvi è la storia di una camminata nella foresta che avrebbe potuto trasformarsi in una tragedia, se io e il mio back up (la seconda guida che generalmente accompagna la prima quando il gruppo di clienti è numeroso) non avessimo collaborato alla perfezione. La camminata inizia in quelli che noi chiamiamo “Elephants’ boulevards”, viali in foresta creati da anni e anni di continui passaggi di questi pachidermi silenziosi; avvistiamo un gruppo di potamoceri ad una decina di metri da noi, due meravigliosi bonghi, le antilopi più maestose e massicce che si aggirano in foresta e un gruppo misto di scimmie ci danza sopra la testa. Dopo circa un’ora raggiungiamo la savana, una distesa indistinta e ai miei occhi immensa, dove già più di una volta ho avuto incontri ravvicinati con serpenti velenosi. Respiro profondamente, ricordo le regole di sopravvivenza ai clienti e mi tuffo. L’erba in savana è altissima, veniamo ingoiati da questo mare giallognolo dalle striature verdi che non ci permette di vedere più in là del nostro naso e dove ogni singolo passo è incerto su cosa possa esserci sotto di esso. La savana del Congo non è la savana che ho conosciuto in Sudafrica, è anche lei selvaggia, indomata e primordiale. Camminiamo molto lentamente e prego di raggiungere l’uscita nel più breve tempo possibile, perché come tutti i miei colleghi sanno, non amo affatto questo specifico passaggio. Il suo barrito è talmente forte e vicino che ci fa tremare le pareti dello stomaco; la terra sotto i nostri piedi inizia letteralmente a muoversi; la Natura questa volta ci ha giocato contro, ci ha reso ciechi e incapaci di annusare l’aria, che ha spinto la nostra scia odorosa nella sua direzione. Non c’è il tempo di pensare, di ragionare, di trovare una via di fuga: Adi si posiziona alto su un termitaio, urlando a squarciagola e sciabolando il suo bastone da passeggio; io immediatamente punto la direzione opposta all’elefante in carica e cerco di spingere letteralmente i clienti in quella direzione. Mi è impossibile spiegare a parole quegli attimi, secondi nei quali non pensi a nulla, nella tua mente c’è il vuoto assoluto, ma sai che devi assolutamente rimanere calma e devi uscire da quella situazione nel più breve tempo possibile. Continuo a camminare, ho una mano insanguinata e non so neanche io perché, ma forse ho toccato una di quelle erbe urticanti nella corsa, rivolgo sguardi falsamente calmi ai clienti, dico che tra poco raggiungeremo un’area sicura, completamente lontana dal pericolo, penso ad Adi. In lontananza non sento più nulla, ma vedo finalmente Adi camminare verso di noi, quindi rallento i miei passi e dopo un respiro purificatore sorrido ai clienti, permettendomi pure qualche battuta per cercare di spostare l’attenzione da quello che si è appena concluso: siamo appena stati caricati da una mamma elefante e siamo sopravvissuti tutti.

Semplicemente senza parole, non vedo l’ora di leggere il tuo libro. Ma lavorare sempre a contatto con la natura è meraviglioso, raccontaci nel dettaglio la foresta, tuo habitat naturale ormai. E la savana non ti manca?

La savana dell’immaginario comune, quella popolata da mandrie di gazzelle e gnu, quella delle giraffe che sbucano da acacie gigantesche, quella dei grandi felini, sì mi è mancata spesso e molto, perché la foresta, nonostante sia meravigliosa, è un mondo a sé stante, un mondo anche claustrofobico (specialmente se ti ci perdi dentro…eheh), un luogo dove il concetto di sopravvivenza è lampante in tutto: dalle liane che si arrampicano con uncini alle piante secolari, desiderose di arrivare lassù dove splende il Sole, alle termiti che ridonano vita alla materia morta; dalle mantidi religiose che imitano nella forma e nei colori meravigliosi fiori per cacciare ignare prede, ai funghi-zombie, che si impossessano di insetti per poi, sul punto di morte, diffondere le loro spore.

Però nella zona sud del parco nazionale nella quale ho operato c’e quello che viene definito il mosaico di foreste e savana: è un ambiente unico, dove appunto nel bel mezzo di boschetti e foreste si trovano distese di savana, con alcune specie tipiche della savana classica: abbiamo i bushbuck, i bufali, diversissimi da quelli del Capo, ma a mio parere molto più aggraziati e fotogenici, abbiamo le iene, che nel mio mondo rappresentano il predatore all’apice della catena alimentare; abbiamo anche i serval e i leopardi, ritenuti quasi fantasmi delle foreste (ebbene sì in due anni e mezzo sono riuscita a vedere un solo leopardo, probabilmente una femmina di piccole dimensioni o un adolescente, a due giorni dalla mia partenza definitiva dal Congo causa Covid-19… Io l’ho interpretato come un segno da parte delle mie amate foreste, come a voler dire: ora puoi tornare a casa). Adesso che mi trovo in Italia per la situazione che il mondo sta cercando di affrontare mi manca tutto: il canto degli uccelli la mattina, gli elefanti silenziosi, i bufali graziosi, le piante dal fusto alto alto, l’odore della terra dopo le piogge… #torneremoaviaggiare e sarà ancora più bello di prima!!!

Vi consiglio di leggere: "Il profumo della foresta"

Avrei altre mille domande da farti da chiederti da….condividere. Ma aspettiamo il tuo libro. GRAZIE Alice, grazie prima di tutto per l’amicizia semplice e bella che dura ormai da diversi anni, grazie per la tua allegria e positività. Ma soprattutto per il tuo entusiasmo. Ti auguro ogni bene nella speranza di lavorare insieme un giorno a qualche bel progetto.

GRAZIE MILLE Alessio per questa intervista e per avermi dedicato uno spazio all’interno del tuo blog! E sì anche io spero presto di rivederti e perché no vivere qualche avventura africana con te un giorno!!!