Testimonianza esperienza autentica in Zimbabwe

credo che un viaggio non sia solo vedere luoghi, ma vivere esperienze

Per chi mi segue da tempo, sa che tutto è iniziato nel lontano 2011, quando atterrai ad Harare con mia moglie. La nostra destinazione? Un luogo remoto, circa 170 km a est della capitale, verso il confine con il Mozambico, a 25 km dalla cittadina di Muotoko.
Lì, ad attenderci, c’era un ospedale rurale missionario che è stato “casa nostra” per poco più di un anno. Dal 2015, poi, ci sono tornato più volte, restando per diversi mesi tra un viaggio e l’altro a collaborare a diversi progetti.

Un luogo che conosco bene e che, soprattutto, mi ha permesso di scoprire anzi, di vivere, lo Zimbabwe.
È vero, spesso ero in giro per via dei progetti, ma lì mi sento davvero “a casa”.
Dal 2011 le cose sono cambiate. Io stesso sono cambiato, anche grazie a quell’esperienza: a volte non facile, a volte divertente, a volte… eh sì, a volte semplicemente imprevedibile. Sapevi a che ora ti saresti alzato, ma il resto della giornata? Un programma che spesso si stravolgeva.

Il ricordo più forte che conservo non sono i mattoni posati, i progetti completati (anche se alcuni mi riempiono ancora d’orgoglio) o le tante attività portate a termine. Il vero tesoro sono i sorrisi, le chiacchiere, gli incontri. Sono le ore trascorse nei villaggi. Sono loro: il popolo dello Zimbabwe.

ospedale missionario zimbabwe

L’ospedale è a tutti gli effetti una struttura sanitaria e, proprio per questo, non ho mai portato gruppi a visitarlo o a vivere un’esperienza lì. La situazione è troppo delicata per essere mescolata alla parola “turismo”. Ma a maggio 2025 è capitata un’occasione speciale: un gruppo in cui conoscevo tutti i partecipanti. E così mi sono detto: “Perché no?”. Ero sicuro che avrebbero apprezzato un’esperienza così… vera e autentica.

In due telefonate ho organizzato tutto, anche grazie al sostegno di Massimo, medico missionario e per me come un fratello, che ci ha accolti con entusiasmo. Così ho chiesto a una partecipante di scrivere un testo sul viaggio in Zimbabwe, così da realizzare un articolo testimonianza. E lei ha descritto la giornata a Mutoko e quindi lo riporto qui sotto.

P.S. L’unica richiesta che ho fatto a tutti i partecipanti è stata di non scattare foto. Non tanto per la struttura o per la missione in sé, ma per rispetto verso i pazienti (ricordiamo che è un ospedale) e perché, senza il cellulare in mano, si è meno distratti e si vive l’esperienza in modo più piena. Vi garantisco che entrare in punta di piedi, con calma e senza fretta, scambiare due parole e regalare sorrisi, per quanto semplice possa sembrare, è qualcosa che queste persone apprezzano profondamente.

Viaggio gruppo Zimababwe

La testimonianza

“Quando Alessio mi ha chiesto di scrivere le mie impressioni sul viaggio in Zimbabwe, sicuramente si aspettava commenti relativi alle intense giornate trascorse nella natura, come quelle a Matopos dove abbiamo camminato fino a trovare una famiglia di rinoceronti bianchi,  nel parco Hwange dove abbiamo visto centinaia di elefanti e moltissimi altri animali, nel parco Chobe in Botswana dove siamo stati vicinissimi a leoni e ippopotami, e gran finale  la maestosità delle cascate Vittoria.

Tutto veramente spettacolare, ma ogni volta che ripenso allo Zimbabwe, la prima cosa che mi viene in mente e che per sempre rappresenterà per me quel viaggio, è stata la giornata che abbiamo trascorso a Mutoko.

Mutoko è un posto che ti entra nell’anima. Le persone che lo hanno realizzato, che lo hanno fatto crescere e quelle che ora si occupano di Mutoko, lo hanno reso una realtà magica che trasmette amore incondizionato per il prossimo, senza ostacoli sociali, razziali, religiosi.

Mutoko è un ospedale, “un ospedale africano”, piccoli edifici a un solo piano, alcuni vecchiotti altri un po’ più moderni, distribuiti su una vasta area di terra battuta con un po’ di erba e qualche alberello.

Siamo arrivati a metà mattina e Alessio in un attimo si è trasformato, gli brillavano gli occhi ed è stato un continuo di baci e abbracci ritrovando le persone con cui ha lavorato negli anni vissuti a li.

Ad accoglierci il Direttore dott. Massimo Migani, per tutti solo Massimo, il cuore pulsante di Mutoko. Il dottor Massimo, odontoiatra e missionario diocesano, mi ha immediatamente affascinata. Nelle due piccole capanne che agli inizi degli anni 60 erano l’ospedale, ora adattate a piccolo museo fotografico, ci ha raccontato tutta la storia. Dagli inizi, in situazione precaria, di estrema povertà e lontananza dal resto del mondo, fino a ora che, pur nella sua semplicità, Mutoko rappresenta un’eccellenza sanitaria per quella zona rurale e anche un posto di lavoro per tante persone del luogo.

Massimo è una persona carismatica, quando parla trasmette serenità ed al contempo energia, voglia di fare, di aiutare, di costruire qualcosa di importante per gli altri, quello che sta facendo lui da molti anni.

E’ stato un momento molto emozionante, ascoltando le storie di quel luogo e di persone come Luisa Guidotti, Marilena Pesaresi, Carlo Spagnolli, non riuscivo a trattenere le lacrime, ma non solo io, anche gli altri del gruppo avevano gli occhi lucidi.

Poi Massimo ci ha lasciati per andare a occuparsi dei suoi pazienti e abbiamo fatto il giro di tutta la struttura con Mr. Machipisa, l’amministratore dell’ospedale.

Siamo entrati, in punta di piedi con molta discrezione, in alcuni reparti e stanze di degenza. Le stanze sono grandi, semplici, con molti letti, sembrano i nostri ospedali degli anni 50. Quello che più mi ha colpito sono stati gli sguardi di quelle donne e bambini, sguardi fieri e sereni, per nulla imbarazzati davanti a una decina di persone bianche che camminavano per i corridoi.

E poi il pranzo, accompagnati da Lisa, una giovane pediatra italiana, da poche settimane in Zimbabwe per un periodo di tirocinio. Devo ammettere di averla invidiata, avrei voluto avere la sua giovane età, il suo entusiasmo ed essere lì in quel posto sperduto nel nulla a dare il mio piccolo contributo e ricevere in cambio molto molto di più.

Abbiamo pranzato nell’edificio che fu il convento dei padri Gesuiti, fondatori della missione, che poi è diventata la casa della dottoressa Pesaresi e mentre mangiavamo un semplicissimo ma eccellente riso e pollo, continuavo a guardarmi intorno, mi sentivo immersa in un posto mistico, mi immaginavo prima i padri Gesuiti e poi la dottoressa Pesaresi e il dott. Spagnolli che sbucavano dalle porte.

Sembrava di essere in un film, invece ero lì, immersa nella realtà di un posto che mi rimarrà per sempre nel cuore e mi ha fatto ammirare ancor di più tutte le persone che in Africa e nel resto del mondo si dedicano agli altri.

Non tutti possiamo mollare tutto e fare i missionari, però anche dalle nostre piccole realtà possiamo contribuire, ognuno per quello che riesce, a rendere migliore la vita di chi ha meno di noi.”

pranzo in missione

tra baobab e villaggi: un pomeriggio nella quotidianità dello zimbabwe

Terminata la visita in ospedale, ho pensato di portare tutti a fare una passeggiata tra i villaggi, le capanne e i maestosi baobab.
Abbiamo seguito l’unica strada che conduce verso le montagne per un paio di chilometri, fino a raggiungere una piccola township: così vengono chiamati quei luoghi con costruzioni in mattoni che ospitano negozi. Volevo far vivere al gruppo l’esperienza di un tipico punto di ritrovo locale.

Far vivere loro un semplice, qualunque e quotidiano pomeriggio in Zimbabwe facendo quello che facevano gli abitanti del posto.
Ed era quello che facevo anch’io, quando avevo un po’ di tempo libero o mi serviva comprare burro d’arachidi, pane o magari un secchio...o semplicemente trovare qualche amico e scambiare due chiacchiere, fare una partita a dama o scacchi bevendosi una birra.

Dopo aver visitato qualche negozio e salutato molti amici incontrati per caso, ci siamo fermati in un bar per brindare alla giornata.
Un colpo di biliardo, qualche fotografia con i curiosi, chiacchiere allegre… e, per me, il piacere di rivedere tanti volti noti, prima di rimetterci in viaggio verso Harare.

Il giorno dopo ci attendeva il safari.
Il viaggio stava per entrare nel vivo… e io ero certo di aver regalato a questo gruppo una vera esperienza africana, di quelle che restano per sempre.